9 nov 2012

Berlusconi e Alfano ... un tempo erano tanto, tanto amici

Silvio Berlusconi non teme nulla e cerca sempre di portare avanti una politica incentrata attorno a se stesso, ma i tempi cambiano e gli italiani sono stanchi delle sue liti con i giudici, che secondo lui lo odiano da morire.
Alfano è un politico abile e si sentiva già il nuo leader del Pdl, avrebbe forse ottenuto un'alleanza con il centro, probabilmente, una con la Lega, salvando le apparenze, ma i colonnelli del Pdl non lo vogliono e così Berlusconi si sente spiazzato e vede frantumarsi la sua creatura, ora la destra rischia di essere travolta e di lasciare la porta aperta alla sinistra, con Bersani presidente del consiglio.

XV. IL SOGNO. di Leopardi


XV.
IL  SOGNO.

      Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl’infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?
Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L’ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m’oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand’è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com’è tutta indarno
L’umana speme. A desiar colei
Che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare
L’egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl’inesperti della vita, e molto
All’immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss’io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s’addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m’è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell’età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De’ nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d’angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d’amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t’assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch’io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l’amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d’affannosa
Dolcezza palpitando all’anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d’amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d’angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell’incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.
 

Draghi ... Crescita debole nell'Eurozona

Draghi Governatore della Banca Centrale Europea, teme che nell'Euro zona la crescita rimanga debole e che rimarrà tale pure nel 2013.
Ora bisogna capire perché ciò avviene: l'Euro non solo non ha portato sviluppo, ma solo decrescita eo scarsa crescita.
Cosa non funziona nella moneta unica europea?
Sicuramente la politica economica seria e unita: in Europa gli Stati, i singoli Stati continuano a fare i loro interessi, infischiandosene di una visione europea unitaria: questo ostacola lo sviluppo e favorisce i particolarismi.

Province a rischio e si minaccia di spegnere il riscaldamento nelle scuole

Il taglio di 500 milioni, somma che si potrebbe risparmiare tranquillamente con tagli intelligenti nelle pubbliche amministrazioni: nel mondo del pubblico impiego, nelle amministrazioni si potrebbe risparmiare moltissimo, senza togliere nulla a nessuno.
Il primo alleato è internet, che potrebbe essere usata come sportello virtuale per molti servizi, riducendo i costi di 100 e di 1000 volte.
Si potrebbe risparmiare sulla gestione degli appalti rendendoli limpidi e tanto ancora.
Le pubbliche amministrazioni potrebbero risparmiare e utilizzare i risparmi per fare cose molto utili, ma per fare questo serve onestà e intelligenza.

Alfano e Berlusconi litigano su tutto

Alfano e Berlusconi litigano su tutto e le primarie del Pdl paiono sempre più a rischio di fratture interne: Alfano era ed è ancora, per ora, il nuovo Delfino di Silvio, ma Berlusconi teme che lui diventi il nuovo capo.
Alfano sa trattare e tratta con tutti: ha mantenuto un buon rapporto con Maroni e un rapporto positivo con l'Udc di Casini.
E' all'interno del suo partito che le cose non vanno bene e allora Silvio interviene per tenere unita una creatura tutta sua che rischia di frantumarsi.

8 nov 2012

Lombardia . elezioni regionali .. inizia la corsa

La regione Lombardia inizia la corsa e la sinistra ha la strada aperta, ma un fatto è certo: si rischia di mettere al potere gente come quella di prima, ovvero corrotti, amici delle cosche mafiose e si spera che il voto di scambio non passi.
La logica che la sinistra possa prendere tutto preoccupa, perché questa sinistra è per metà un avanzo storico di un passato stalinista e un nuovo confuso, alla moda nel senso peggiore del significato.
La destra è confusa e impresentabile, mentre la lega ha cercato la sua nuova verginità, ma non è credibile, mentre il Movimento 5 Stelle è troppo giovane e nuovo per portare un cambiamento.

Beppe Grillo ha una sua ideologia?

Perché tanto odio da parte di un certo tipo di stampa contro Beppe Grillo?
Il fatto che ci sia qualcuno che desidera un po' di pulizia in questo sistema economico e politico, togliendo tutti i pesi morti, antichi, dannosi, anacronistici e ridicoli.
Non è tutto per lui o solo con lui: la fine delle caste di potere, che ci permetterebbe di far crescere l'Italia, ripulirla dalla corruzione e dai giornalisti a pagamento, fa paura a chi ha un posto e non lo merita, ha comprato ogni cosa e odia la competizione come il diavolo l'acqua santa.

News Bram Stoker ... Dracula fu una sua invenzione ... o quasi

Bram Stoker scrisse il Romanzo Dracula, che fu una sua invenzione, almeno nella versione che noi conosciamo: si ispirò a una leggenda della Transilvania.
Dracula così divenne il principe dei vampiri, il mostro della notte, l'ospite dei  nostri incubi, forse l'essere più tenebroso, orrendo che la fantasia umana abbia creato.
Lui è umano, come noi, ma è immortale e cerca il nostro sangue, essenza vitale, perché è il sangue umano che lo fa resistere in questa fase tra la morte e la vita.
E' un dannato che dovrebbe finire all'Inferno, ma rimanda la sua dannazione, allungando artificialmente una non vita o se preferite una non morte.

youtube . Inno di Mameli obbligatorio per legge, anche agli stonati


Ci sarà una giornata obbligatoria per l'inno di Mameli da cantare, sarà la giornata dell'unità d'Italia, quando tutti sventoleranno le bandierine e si dovrà provare sentimenti patriottici per Decreto.
Potevano fare una cosa seria, inserire un po' di storia in più, obbligatoria per i giornalisti, per esempio, ma purtroppo si vuole che tutti cantino l'inno della patria, ... si bella ma perduta.
Anche gli extracomunitari diventeranno italiano per obbligo legislativo.

XVII. CONSALVO. di Leopardi


XVII.
CONSALVO.

      Presso alla fin di sua dimora in terra,
Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
Del suo destino; or già non più, che a mezzo
Il quinto lustro, gli pendea sul capo
Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
Così giacea nel funeral suo giorno
Dai più diletti amici abbandonato:
Ch’amico in terra al lungo andar nessuno
Resta a colui che della terra è schivo.
Pur gli era al fianco, da pietà condotta
A consolare il suo deserto stato,
Quella che sola e sempre eragli a mente,
Per divina beltà famosa Elvira;
Conscia del suo poter, conscia che un guardo
Suo lieto, un detto d’alcun dolce asperso,
Ben mille volte ripetuto e mille
Nel costante pensier, sostegno e cibo
Esser solea dell’infelice amante:
Benchè nulla d’amor parola udita
Avess’ella da lui. Sempre in quell’alma
Era del gran desio stato più forte
Un sovrano timor. Così l’avea
Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.
       Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
Alla sua lingua. Poichè certi i segni
Sentendo di quel dì che l’uom discioglie,
Lei, già mossa a partir, presa per mano,
E quella man bianchissima stringendo,
Disse: tu parti, e l’ora omai ti sforza:
Elvira, addio. Non ti vedrò, ch’io creda,
Un’altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
Qual maggior grazia mai delle tue cure
Dar possa il labbro mio. Premio daratti
Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.
Impallidia la bella, e il petto anelo
Udendo le si fea: che sempre stringe
All’uomo il cor dogliosamente, ancora
Ch’estranio sia, chi si diparte e dice,
Addio per sempre. E contraddir voleva,
Dissimulando l’appressar del fato,
Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
Come sai, ripregata a me discende,
Non temuta, la morte; e lieto apparmi
Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
Parto da te. Mi si divide il core
In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
In tutto il viver mio? Grazia ch’ei chiegga
Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
Potrò del dono, io semispento, a cui
Straniera man le labbra oggi fra poco
Eternamente chiuderà. Ciò detto
Con un sospiro, all’adorata destra
Le fredde labbra supplicando affisse.
       Stette sospesa e pensierosa in atto
La bellissima donna; e fiso il guardo,
Di mille vezzi sfavillante, in quello
Tenea dell’infelice, ove l’estrema
Lacrima rilucea. Nè dielle il core
Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
Rinacerbir col niego; anzi la vinse
Misericordia dei ben noti ardori.
E quel volto celeste, e quella bocca,
Già tanto desiata, e per molt’anni
Argomento di sogno e di sospiro,
Dolcemente appressando al volto afflitto
E scolorato dal mortale affanno,
Più baci e più, tutta benigna e in vista
D’alta pietà, su le convulse labbra
Del trepido, rapito amante impresse.
       Che divenisti allor? quali appariro
Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
Ch’ancor tenea, della diletta Elvira
Postasi al cor, che gli ultimi battea
Palpiti della morte e dell’amore,
Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
In su la terra ancor; ben quelle labbra
Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
Ahi vision d’estinto, o sogno, o cosa
Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
Non ti fu l’amor mio per alcun tempo;
Non a te, non altrui; che non si cela
Vero amore alla terra. Assai palese
Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
Muto sarebbe l’infinito affetto
Che governa il cor mio, se non l’avesse
Fatto ardito il morir. Morrò contento
Del mio destino omai, nè più mi dolgo
Ch’aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
Poscia che quella bocca alla mia bocca
Premer fu dato. Anzi felice estimo
La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte. All’una il ciel mi guida
In sul fior dell’età; nell’altro, assai
Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
Solo una volta il lungo amor quieto
E pago avessi tu, fora la terra
Fatta quindi per sempre un paradiso
Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
L’abborrita vecchiezza, avrei sofferto
Con riposato cor: che a sostentarla
Bastato sempre il rimembrar sarebbe
D’un solo istante, e il dir: felice io fui
Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
Esser beato non consente il cielo
A natura terrena. Amar tant’oltre
Non è dato con gioia. E ben per patto
In poter del carnefice ai flagelli,
Alle ruote, alle faci ito volando
Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
Nel paventato sempiterno scempio.
      O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
Gl’immortali beato, a cui tu schiuda
Il sorriso d’amor! felice appresso
Chi per te sparga con la vita il sangue!
Lice, lice al mortal, non è già sogno
Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
Provar felicità. Ciò seppi il giorno
Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
Questo m’accadde. E non però quel giorno
Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
Quel fiero giorno biasimar sostenni.
       Or tu vivi beata, e il mondo abbella,
Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
Non l’amerà quant’io l’amai. Non nasce
Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
Dal misero Consalvo in sì gran tempo
Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
Come al nome d’Elvira, in cor gelando,
Impallidir; come tremar son uso
All’amaro calcar della tua soglia,
A quella voce angelica, all’aspetto
Di quella fronte, io ch’al morir non tremo!
Ma la lena e la vita or vengon meno
Agli accenti d’amor. Passato è il tempo,
Nè questo dì rimemorar m’è dato.
Elvira, addio. Con la vital favilla
La tua diletta immagine si parte
Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
Non ti fu quest’affetto, al mio feretro
Dimani all’annottar manda un sospiro.
       Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
Suo dì felice gli fuggia dal guardo.