1 set 2012

Google . la Merkel e la tassa sulla libertà di opinione

La tassa sui motori di ricerca, che per il 99% corrisponde a google news, da parte della super cancelliere Angela Merkel, rappresenta un colpo basso non solo a Google, che ha i suoi mezzi, i suoi strumenti per difendersi.
E' un colpo basso alla libertà di opinione, in tutto il continente europeo.
Colpire Google è un modo per minacciarlo, per imporgli un metodo meno democratico di selezionare le notizie con gli algoritmi meno liberi e più ..... controllati.
La cosa fa crescere la rabbia: non sono in gioco gli interessi di Google, che sono buoni e stabili, ma è in gioco la libertà, che stiamo conquistando a fatica nella rete.
La stampa teme la concorrenza dei blog liberi e allora cerca aiuto dai suoi amici politici, che intervengono: la risposta dei blog deve essere adeguata e intelligente.

Alcoa e il Governo che tace..Iindustrie cotte o governo stracotto?

Ora tocca ad Alcoa, l'ultima fabbrica di alluminio in Italia, prima era ed è il turno del Carbone del Sulcis, le industrie, piccole e grandi chiudono e il governo non fa nulla: borbottano che è in corso la deindustrializzazione e paiono rassegnati, loro non perdono nulla.
La fine di industrie importanti non è un danno solo per gli operai, ma rappresenta la fine dell'indipendenza dell'Italia produttiva, quella piccola indipendenza che ci è rimasta.
Loro invece lavorano per le banche e per i mercato internazionale, per la signora Merkel, non per noi.

Sulcis carbone nero . .i minatori hanno qualche speranza


I  minatori del Sulcis forse non perderanno il posto, ma da questo governo non ci si può attendere nulla di buono: la miniera , carbonsulcis, rimarrà aperta sino alla fine dell'anno, ma non è una vittoria. è solo un ritardo nell'agonia della miniera sarda.
Il lavoro non è più un diritto, anche se scritto  nella costituzione, che dovrebbe essere stata scritta per una repubblica fondata sul lavoro.
Il lavoro è la base dei diritti costituzionali, ma il governo di Mario Monti se lo scorda, tutte le forze politiche lo dimenticano: oggi è di moda essere liberisti e favorevoli ai tagli di personale, ovviamente sulla pelle delle persone semplici, che faticano per guadagnarsi il pane. Loro, i politici e i giornalisti, restano una casta esclusa.

Scuola . basta graduatorie . lo dice il Ministro Profumo.... che fregatura per tutti gli insegnanti..onesti

Ora non si considereranno le graduatorie per il posto da insegnate nella scuola statale, bisognerà superare i concorsi, che profumo vuol far credere .... seri e onesti.
Tutti sappiamo come funzionano e che a controllarli sono loro, i politici, la casta e i sindacati.
Quindi se non avete tessere di partito, sarete fregati.
Se avete sudato anni per conquistarvi qualche punto in graduatoria, sarete fregati, mi raccomando prendete le tessere di partito al più presto e militate nel Pd, nel Pdl, nell'Udc e forze simili, sono loro che comandano il gioco oppure sceglietevi un altro mestiere.

Borsa Italian Milano .. il gioco è sempre ... controllato dai soliti amici

La Borsa Italiana e mondiale è molto, molto nervosa, continua la speculazione che si basa su notizie, su interviste dei soliti esperti e una frase, staccata dal contesto, viene presentata all'opinione pubblica mondiale e di quella degli investitori come verità assoluta.
Quindi il gioco pesante di queste settimane era sull'Euro, sulla Grecia, dentro o fuori dell'Wuro, sul debito italiano e spagnolo.
Poi le intervista ai governatori delle banche nazionali, con qualche battuta di qualche politico mandavano in delirio o in depressione.
Il gioco è chiaro e non cascarci è un'pttima cosa: non fatevi fregare.

Marte .. la fantascienza, i marziani, i canali di Marte

Marte è il 4° pianete del sistema solare, molto freddo: ha temperature  che si collocano  tra i meno 140 C e i più 20 C.
Fu il pianeta più affascinante per la fantascienza per una visione, poi dimostrata fasulla, di canali e quindi della presenza di una grande ed evoluta civiltà, capace di irrigare il suolo marziano, questa convinzione era presente nell'Ottocento.
Questa ipotesi decadde utilizzano nel Novecento telescopi più evoluti e con l'inizio dell'esplorazione con satelliti artificiali:.
La fantascienza si spostò a cercare altri mondi distanti dal sistema solare e no più vicini, ma Marte rimase nei sogni degli uomini come una seconda terra da colonizzare.

Blog Beppe Grillo ... i giornali e i soldi in nero ..che figura!

Grillo e le polemiche per il pagamento in nero, ancora una volta la stampa nazionale ha fatto una figuraccia .... brutta, brutta e se la poteva evitare.
Tanto per accusare il nemico del loro posto di lavoro, dei loro editori, dei loro affari, tutto prende una brutta piega e l'intelligenza degli italiana  p stata offesa.
Che Grillo sia brutto, sporco e cattivo, per i militanti de Pd è  un fatto: sta attaccando la loro chiesa, la loro fede, il loro partito guida, al loro sicurezza.
Così la stampa dà a loro notizie confortanti, inventate, ma non importa: loro si rassicurano e tornano a sognare il Paese del Pd, fatto apposta per loro, simile a una grande e bella fattoria dove alla mattina si mangiano tante buone merendine ...... 

31 ago 2012

GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA


GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA
domenica 2 settembre 2012
Roma - ore 10.00 - 23.00


Fare cultura, con un sorriso

Quella del 2012 sarà un'edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica molto originale: il tema è infatti “L'umorismo ebraico”, un fenomeno culturale più che un aspetto profondo della nostra tradizione.

Il “saper ridere”, anche di sé e della propria condizione, è una peculiarità che si è sviluppata nel mondo ebraico nel corso dei secoli, a diverse latitudini e con caratteristiche differenti di luogo in luogo. L'umorismo è stato uno “stratagemma” che ha aiutato gli ebrei, talvolta privati di fondamentali diritti, quando non vittime di persecuzioni, a “sopravvivere psicologicamente”, a rimanere mentalmente integri di fronte a mille difficoltà e peripezie.

Perché ridere aiuta a rendere la realtà sopportabile, a vederne l'assurdità, e a ridimensionare il potere del prepotente di turno. L'ebraismo, cultura “libera” per eccellenza, ha dovuto ricorrere anche al riso quale sistema creativo per non cedere di fronte alle avversità: un'arma al contempo pacifica e vincente, e per questo particolarmente invisa alle tirannie e alle dittature di ogni tipo e colore che si sono succedute nella storia. 

Credo che il tema di questa tredicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica possa aiutarci a riflettere, in positivo, in un momento tanto complesso per l'Italia e per l'Europa.

L'ATTIMO .... di Arduino Rossi


L'ATTIMO

Città, borghi antichi e moderni, poi periferie polverose e sporche, ecco dove la mia vita trascorreva: erano luoghi diversi e tristi, tra banditi e truffatori, ladri di ogni specie e prostitute.
Avevo iniziato come vagabondo, un romantico sogno di vita libera da ogni legame mi spingeva verso queste strade solitarie e puzzolenti, in cerca di libertà.
Sì! Libertà, parola splendida, ma vissuta nella sua integrità dà solo dolore e solitudine.
Sia maledetto quel giorno che me ne andai da casa in cerca di avventura, sognavo rapporti facili, amicizie sincere e amori leali, trovai solo mascalzoni, donne a pagamento e traditrici, guai di chi ha una fissa dimora per la legge.
Non conosco il numero delle notti trascorse in cella, quelle passate sotto la pioggia, sotto la neve, inseguito dai cani randagi o dalle guardie.
Eppure, nella mia vecchiaia, non avrei mai veduto un solo istante della mia esistenza spensierata per un caldo letto, una moglie fedele e dei figli affettuosi.
Sicuramente avevo una progenie sparsa nelle strade del mondo, bastardi come me o fannulloni anche loro, mascalzoni certamente, conoscendo le loro madri.
Nessuno di loro mi aveva chiamato papà e certamente desiderava conoscere chi li aveva messi al mondo.
Di domande non me ne facevo molte, da tempo mi scaldavo con il vino, poi con la grappa ed ero invecchiato precocemente, canuto, ingobbito per l'artrosi per le bastonate.
Cosa potevo desiderare di più dalla vita?
Ero stato libero.
Sì! Signori per bene! Ero stato senza padroni.
Con tutte le mie forze lo urlerei sino alla morte, anche dinnanzi a Dio o al Diavolo, se questi esistessero veramente.
Invece nulla esiste oltre la morte, tutto non ha un senso e la giustizia è una fiaba: quale Dio avrebbe creato questo schifo per giudicare i vivi e i morti.
Forse in Satana un po' credevo: certamente mi aveva aiutato in passato.
Avevo sulla coscienza alcuni delitti per rissa, per rapina, o anche per puro divertimento.
Mai nessun gendarme riuscì a mettermi le mani addosso e la mia scaltrezza superava certamente quella di questi sciocchi sedentari, maledetti imbroglioni che siedono dietro le scrivanie polverose e pretendono di scindere ciò che è lecito da ciò che non lo è.
Mi divertivo a tornare sui luoghi dei miei delitti, certo che più nessuno mi avrebbe riconosciuto.
Quella notte la volli trascorrere nella villa, ora abbandonata di una delle azioni sanguinarie.
Mi beffavo di ogni timore superstizioso e non credevo agli spiriti, benché in quella abitazione la morte era passata e io ero stato il Caino che si era divertito con le sue vittime: era avvenuto nella mia giovinezza.
Allora pioveva e avevo freddo, così mi nascosi nell'atrio di una grande casa signorile, in attesa che la notte passasse, senza altro scopo che quello di restare riparato.
La figlia, una bella ragazza mora, mi scorse nella penombra e incominciò a urlare: temetti che chiamasse i cani da guardia e cercai scampo.
Non riuscii a scappare: ebbi addosso due pastori tedeschi di grossa taglia, feroci e ben addestrai.
Mi stavano straziando, ma sia la ragazza che i genitore ridevano del mio dolore, erano proprio feroci e odiavano i vagabondi: -Ora piangi, maledetto fannullone! La fine che merita la gente come te è questa: finire in pasto a due bravi cani da guardia!-
Erano dei sadici, maledettamente cattivi: cercai pietà, ma in vano: erano proprio decisi a farmela pagare, vendicandosi di tutti i furtarelli che avevano subito dai miei simili.
Riuscii a divincolarmi, nonostante le ferite sanguinanti e
raggiungere un albero da frutta. 
I cani non erano riusciti a finirmi, allora il padrone di casa impugnò un fucile e si pose sotto la pianta.
Mi comandò: -Scendi o ti sparo!-
-Grazie! Non non ho intenzione di farle risparmiare le bistecche, diventando la cena di queste due bestiole!-
Cercavo di sdrammatizzare, scherzando, dimostrando che non ero poi così pericoloso, ma a loro questo non interessava: era importante farla finita con la gente come me.
Il padrone era alto e bianco di capelli, dal viso piatto come un pugile: -Ti butterò nel pozzo, dove stanno i tuoi soci senza casa, bastardi barboni che ti hanno preceduto!-
Capii che quelli non stavano scherzando, erano dei folli criminali e dovevo giocare d'astuzia.
Dissi: -Scendo, mi arrendo, ma ritira i cani!-
Mi sparò contro, ma ero troppo in alto e non capiva dove
esattamente fossi, la notte mi proteggeva.
Terminò le munizioni che aveva con sé e allora gli fui sopra, saltando agilmente sulle sue spalle: non so come riuscii a sfuggire a i cani, forse erano confusi per la mia reazione rapida e improvvisa, comunque fui presto oltre la veranda, dentro la villa.
La madre e la figlia iniziarono a strillare, ma io ero diventato una belva: le colpii ripetutamente a pugni e a calci, poi mi impossessai di una pistola e sparai ai cani, all'impazzata.
Eravamo in piena campagna e se qualcuno avesse udito i colpi avrebbe pensato certamente che fossero quelli di un cacciatore.
Volevo scappare, ma il padrone si era ripreso e mi colpì con una mazza alle spalle: mi ferì, ma non riuscì a stordirmi.
Fui io che a quel punto lo stordii e poi lo uccisi con una pala.
Ero spronato da una furia bestiale: era l'istinto di conservazione che mi spingeva ad assassinare senza nessuna pietà.
Capii che le testimoni non potevano lasciarle in vita.
Furono loro a chiedermi compassione questa volta, ma ero troppo furioso per non portare a termine il mio massacro.
Alla fine ero senza fiato.
Mi resi conto del mio crimine, compiuto in parte per legittima difesa e in parte per eccesso di ira.
Nessun giudice avrebbe creduto a un senza dimora, a un balordo senza patria, senza onore.
Fuggii e per mesi ebbi tremendi incubi sino a quando gli spettri delle mie vittime mi fecero compagnia nelle notti solitarie, davanti a un fuoco di stracci puzzolenti o sotto un ponte, dentro un anfratto del terreno nei giorni di sfortuna, quando eravamo diventati tanti a vagabondare e i rifugi erano troppo pochi.
Ero diventato vecchio e i giovani sbandati mi importunavano: impedendomi di riposare, deridendomi, rubandomi ogni cosa, anche le scarpe.
Solo nella villa dei fantasmi, così era stata richiamata, stavo in pace.
Non era stata più abitata, stavo in pace, tutti avevano un
superstizioso terrore, mentre io li conoscevo bene i miei morti, in fondo ero come me.
Avrei preferito non avere quelle visioni, ma loro c'erano e io non potevo mandarli via, non potevo assassinarli di nuovo.
Era la figlia la più maligna, invece il padre rimaneva con il suo mugugno e non diceva nulla.
La madre mi insultava continuamente, maledicendomi, augurandomi una morte atroce.
Se avessi trovato qualcuno da amare allora la mia morte sarebbe stata terribile come la loro: solo chi ha qualche affetto da perdere può capire la sofferenza della dipartita.
Non ero più capace di amare: ero tosto, abbruttito, più simile a un ratto che a un uomo.
Invece le cose non andarono come credevo.
Fu lei, la mia amica, quella per cui ero fuggito di casa e non ero tornato al mio villaggio, che mi riconobbe.
All'inizio mi parve un sogno, era giovane, bella come un angelo e forse fu l'alcool o chissà cos'altro, che mi entrò nella testa, ma certamente non fu un pensiero salubre.
Mi rammentai delle mie passioni giovanili, della voglia che avevo dei suoi baci, dell'amore che violento provavo per Lei.
Cosa faceva lì? Cosa voleva da me?
Era un diavolo in vena di scherzi atroci? Era lei, in spirito?
Era un incubo?
Gli parlai: -Perché non mi volevi? Per questo decisi di fuggire.
Non ebbi più una vita decente, una donna, una famiglia!-
-Che tu sia maledetto! Io, il giorno dopo la tua fuga, mi suicidai, perché mi ero sentita ingannata, tradita da un farfallone, uno sciocco che mi aveva deluso, rubandomi il cuore e l'onore!-
-Attendevi un figlio! Perché non me lo dicesti?-
Lei scosse il capo: -Non ebbi tempo di spiegartelo!-
Rammentai tutto, era stato mio cugino a ingannarmi: mi aveva raccontato che Lisa, la bella, non mi voleva più e si stava sposando con un uomo ricco, potente e vecchio, da cui attendeva un figlio.
Così seppi che la decisione più coraggiosa della mia vita era stata la più stolta: se avessi avuto la pazienza di attendere un solo momento senza fuggire, mentre Lisa mi chiamava, la mia esistenza sarebbe stata totalmente diversa.
Non avrei provocato tanti dolori e tanti lutti attorno a me.
I tre spettri si poterono finalmente, dopo anni di attesa, vendicarsi, conducendomi con loro nel mondo sotterraneo, tenebroso, dove non esiste più speranza, ma urla di dolore sempre soffocate dal vento infernale.
Il mio cadavere rimase lì, insepolto per anni, in preda ai cani randagi.
L'autunno ricoprì i miei resti mortali con uno strato di foglie morbide, di rami secchi, di rugiada, che furono le uniche lacrime versate su di me.

ALBERI .... racconto di Arduino Rossi


ALBERI

Viveva sopra il villaggio, solo da sempre.
Mi chiamavano ancora Bastardo, benché avessi già ottant'anni.
Mia madre mi aveva lasciato solo dopo alcuni anni di stenti, poi, stanca degli insulti della gente, se ne era andata e non si fece più vedere.
Io non lo ricordo, ma si dice che fosse un stato un uomo di elegante e signorile.
In città sposò una nobile donna, che nulla volle sapere del suo passato.
Crebbi grazie alla carità pubblica e ricevetti scappellotti da tutti: ero il capro espiatorio di tutti i furiosi, gli ubriaconi.
Ben presto dovetti diventare indipendente, guadagnarmi il pane andando nei boschi, raccogliendo legna, funghi, tagliando gli arbusti e le erbacce per quattro soldi.
Pescavo di frodo, rubacchiavo, ma non commettevo nulla di particolarmente grave da meritarmi il carcere.
Fu un incontro con gli sbandati della valle a indirizzare la mia esistenza: mi presero in simpatia e non mi trattarono più da bastardo, che per loro era un titolo di "merito", indicava durezza e determinazione.
Il capo mi concesse la sua stima e fiducia: divenni il suo
luogotenente, capo branco, come lui mi definì.
Era bello razziare il bestiame dei mie compaesani: rubavo, incendiavo e le donne si concedevano di nascosto a me.
Mi amavano per la mia audacia e generosità.
Un giorno capii che era meglio cambiare mestiere e me ne approfittai di un Reale Decreto, che riduceva la pena a pochi mesi di carcere ai briganti che si sarebbero arresi entro Natale Scontai pochi mesi di carcere e per la Pasqua successiva era già a casa.
Mi ero comprato una baita con prati e boschi: lì avevo nascosto il mio bottino, sotto tre alberi da me piantati.
C'era parecchio oro, più gioielli anche di gran valore, rapinati durante un'assalto alla corriera.
Avevo assassinato tutti i miei compari, per non dividere il bottino e feci credere agli altri banditi che eravamo caduti in una trappola: solo io mi ero salvato, fingendomi morto.
Trovai la donna giusta che si mise con me senza sposarmi, per nulla pettegola.
Non volevo avere a che fare con preti né fare promesse di fedeltà davanti a uno sciocco sindaco.
I figli che nacquero erano come me, bastardi, ma con la mia stessa tempra: nessuno ebbe il coraggio di trattarli male.
Erano dei veri mascalzoni e io ne ero fiero, ma fui costretto a pentirmi.
Il maggiore pensava solo a divertirsi e non lavorava.
Mi infuriai con lui e mi picchiò: -Padre! Devi mantenerci: ci hai dato la vita ed ora ci devi il pane!-
La mia esistenza divenne un inferno: mi chiusero nella stalla con le bestie, mi davano da mangiare gli avanzi della cucina, mi picchiavano continuamente, senza motivo.
La loro madre stava dalla loro parte: li spronava a proseguire nel maltrattamento.
Mi odiava perché avevo approfittato di lei in gioventù, quando ero ancora vigoroso.
La mia vecchiaia assomigliava alla mia giovinezza, ma finalmente la morte si decise a venirmi a trovare.
L'accolsi con gioia e mi seppellirono ai piedi dei tre alberi, accanto al mio tesoro che non trovarono mai.
Gli anni trascorsero e il tempo fece pulizia e giustizia delle vecchie generazioni, ma portando sempre altra gente, cattiva e buona come chi li aveva preceduto.
I miei figli si erano dispersi e non ebbero una progenie legale, solo bastardi: non rimase più nessuno a rammentare chi fossi stato e cosa avessi fatto.
La mia proprietà cambiò padroni sino a quando non arrivò una donna, decisa ad abbandonare la città per un vita più semplice.
Mutò, tagliò, innescò, fece potare, piantò alberi a me sconosciuti in fine si arrestò davanti ai miei alberi: erano
vecchi e malconci, decise di farli tagliare e di costruire sopra una casetta, facendo abbattere il mio casolare, ormai diventato un mucchio di ruderi.
Fu una scelta disgraziata: il cuore della mia abitazione ero io, con il mio oro maledetto.
In più quello stolto decise di organizzare sedute spiritiche: quella maledetta mi costrinse a uscire dall'inferno per tormentarmi sulla terra.
La pregai in sogno di lasciarmi in pace, ma fu vano, allora le feci trovare il mio bottino insanguinato e maledetto: fu la mia vendetta, perché con quel tesoro si sarebbe dannata.
Non mi ascoltò e si perse, mentre io divenni per colpa sua uno spirito senza dimora: vagavo nelle case, visibile solo al tramonto, non c'era più il mio oro a trattenermi presso la mia sepoltura.
La mia anima era stanca, ma attesi che quel mio sogno maledetto terminasse: tornai per sempre nell'Oltretomba.
Ora sono io a torturare gli spiriti dei miei persecutori  qua, all'inferno.
Sono io a far rammentare a loro le loro colpe, a ficcare il dito nelle loro piaghe putride: dopo tutto ero sempre il Bastardo.