5 ott 2012

Marte e Curiosity, l’esplorazione è … lenta


Marte e Curiosity, l’esplorazione è … lenta, mentre le speranze dei sognatori sono frenetiche, mentre questa conquista è lenta, sempre lenta, troppo lenta: per lanciare la vera conquista di Marte e oltre servono due cose collegate: lo sprono economico e la riduzione dei costi dei lanci spaziali-
In pratica l’esplorazione spaziale non ha ancora ottenuto il beneplacito del mondo finanziario e la vede solo come un gioco costoso e utile.
Servono capitali privati, che spingano progetti di invio nello spazio a prezzi competitivi: la ricerca pare ferma e la tecnologia dei missili vettori è antica, è ancora quella dei V2 tedeschi della seconda guerra mondiale, anche se evoluta negli anni.

Fini Gianfranco ... il puro e la politica come fine


Fini Gianfranco si ripropone in mille modi, ma non si capisce come il posto al centro è strano: prende le distanze dei fatti brutti di Genova, alla scuola Diaz, dove la polizia non ha limitato i mezzi forti e duri.
Questi fatti però hanno un’antica origine e per decenni altri fatti erano capitati, tortura democratica diciamo, ma senza che nessun magistrato intervenisse: questa volta però la questione riguardava pure cittadini stranieri e l’Italia cala i calzoni, solitamente davanti allo straniero.
Intanto fini fa il puro e irreprensibile: lui non c’era e se c’era dormiva … probabilmente aveva il sonno duro.

Amnistia e indulto... mentre escono nuovi scandali la politica si toglie le pene

Aggiungi didascalia
L'Amnistia non verrà applicata ai reati di corruzione, ma gli avvocati sono molto bravi ed è giusto che pure loro siano perdonati dalla giustizia: questa strana frenesia di perdono e indulto, da parte dei Vescovi per esempio, proprio quando uno scandalo colpisce il San Raffaele.
Questo perdonismo della sinistra, mentre si andrà al processo per la corruzione di Sesto SanGiovanni, è strano.
Sono proprio i poveri carerati che devono essere liberati?

Curiosity e Marte, la politica e la competizione spaziale

La competizione spaziale è qualcosa di irrazionale in un campo che segue logica e razionalità.
Perché, dopo il successo della Nasa su Marte, con Curiosity, altri si mettono in gara?
In gara abbiamo l'Europa con l'Esa (Ente Spaziale Europeo), abbiamo la Cina che vuole fare i suoi lanci  e parla pure di uomini su Marte, poi l'India, che alza pure la testa.
La competizone spaziale ha come fine .... la pubblicità, di un Paese e della sua economia, della sua tecnologia, quindi è un grande affare: si sa che nella pubblicità l'immagine è tutto e chi andrà per primo su Marte, mandando un essere umano, meriterà la palma del successo tecnologico.
I costi  enormi delle missioni future, saranno ripagati e conviene  fare tutto questo.

Beppe Grillo Bog e lo squallore dei servi della gleba dei partiti

Tutti sanno che i giornaletti, anche diversi blog, sono finanziati dai partiti, direttamente e indirettamente: c'è tutto un mondo di faccendieri, ma anche di vincitori di concorso semianalfabeti, di imbecilli professionisti che litigano con la rete, di sicuri disoccupati che campano bene all'ombra di questo o di quel partito.
I peones della politica si stanno organizzando perché Beppe Grillo è il loro nemico: sarebbero costretti ad andare a lavorare se i partiti non ricevessero più soldi dallo Stato, se la corruzione, come sistema, fosse ridotta, eliminata addirittura.
Così si dilettano, con notizie degne del loro QJ, notoriamente basso: questo squallido modo di agire ha spinto pure Mina, la cantante, a scendere in campo: poveretti non saprebbero cosa fare se i partiti li licenziassero.

San Raffaele, Daccò, Formigoni, la Regione Lombardia e la politica dei favori

Formigoni si difende e dice che nulla ha a che vedere con il crac del San Raffaele, un tempo un gioiello della finanza cattolica e della santità di qualità.
Questo modello, di solidarietà per ricchi, non tanto per i poveri e fatto di cene di lusso, di viaggi in alberghi lussuosi e tanti soldi spesi in ambienti .... adeguati, poco francescana diciamo, è in crisi.
San Raffaele è finita molto male per colpa di chi voleva una politica sociale che confondeva la carità, untuosa o pelosa, con il proprio interesse: non si possono servire due padron, dice il vangelo, il denaro e Dio.

Turchia e Siria . Ankara si sta impegnando nella guerra siriana

Era da tempo che  Ankara desiderava intervenire nel conflitto siriano, la regione lo interessava, i rischi per i profughi, da sempre pericolosi per gli infiltrati la preoccupano, ma ora il rischio è grande: la Siria è u Paese sotto l'influenza russa e cinese, protetto dall'Iran.
L'intervento turco sta diventando qualcosa di pericoloso: si potrebbe trasformare in un compromettente conflitto regionale, dove forze differenti, come quelle iraniane.
 La guerra potrebbe allargarsi e compromettere le diplomazie occidentali: si rischia di immischiare, in una guerra regionale, uno Stato della Nato.

XXXIV. LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO. di Leopardi

XXXIV.
LA GINESTRA
O IL FIORE DEL DESERTO.
      Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive .
       Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
       Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.
       Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vóto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
  Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
       Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vóti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
       E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
 

Bersani e Renzi . le primarie delle polemiche...

Il gioco delle primarie pare che rientri in un sistema democratico, ma in realtà le carte si possono cambiare e la guerra delle due anime del partito, quella populista  e quella più snob e aristocratica.... fiorentina è giunto alla battaglia decisiva.
La componente di Bersani è quella solita del vecchio partito comunista, ma con la stessa aggressività verbale e con i toni troppo forti di militanti cresciuti nel vecchio, antico partito comunista, il partito guida dei lavoratori.
Oggi i lavoratori sono stati mandati tutti al quel paese, con la politica alla Monti, ma anche prima, invece lo scontro è forse su argometni non ideologici e politici, ma di stile e di immagine, di potere da conservare.
Si vede prorpio che le ideologie siano morte, ma pure le idee in questo casa sono defunte. 

4 ott 2012

Renzi Bersani ai ferri corti per le primarie

Lo scontro si fa duro tra il nuovo che avanza di Renzi e il vecchio del partito storico, quello fuoriuscito dal Pci, Bersani.
I vecchi militanti resteranno stupiti da questo scontro: Bersani è il capo e la guida del partito ... guida, ma i tempi sono cambiati e Renzi ha dalla sua almeno mezzo partito.
Bersani, in questo momento, dovrebbe vincere, ma la politica sta cambiando e il vecchio segretario rappresenta un modo di far politica degli anni Settanta, con discorsi e copiature di altri ... ideali, come quelli  del partito radicale.
Anche renzi pare vecchio, di altri tempi, ma forse lui non lo sa: non siamo più negli anni Ottanta.