31 ago 2012

Racconto . Il Folle .... racconto di Arduino Rossi

 IL FOLLE

Era da tempo che udivo quella voce: mi risuonava nella testa con il suo parlottare continuo.
Avevo terrore: ero diventato pazzo?
Realmente Giovanni mi parlava?
Sentire la voce di un morto mi faceva star male: non dormivo più, non lavoravo.
Non mi interessavo all'esistenza: percepivo questo chiacchiericcio come se avessi nella testa sempre una radiolina accesa.
A dire il vero Giovanni o chi per lui, non parlava a me: sembrava che si rivolgesse a qualche misterioso interlocutore, ignorandomi con distacco, forse con disprezzo.
Mia moglie mi convinse che ero stanco: quello era solo un esaurimento nervoso.
Lei mi accompagnò da un medico, uno psichiatra: mi visitò, mi fece diverse domande.
Era indifferente alle mie rispose, sicuramente assurde per lui: -Chi è costui con cui le parla?-
-Giovanni! Il mio compare di stravizzi da giovane.-
Il dottore, enigmatico, avvolto nel suo camice bianco, restava tranquillo dietro il suo tavolo da lavoro: non ebbe reazioni alle mie spiegazioni irrazionali.
Giovanni, prima di morire, mi aveva promesso di darmi la prova dell'esistenza della vita dopo la morte.
Così fu di parola: mi "trasmetteva" i suoi pensieri da defunto.
Avevo perso la scommessa con lui e avrei dovuto pagare il mio debito.
Mia moglie non conobbe ragioni: mi fece internare in una clinica psichiatrica.
Potevo passeggiare ore nel vasto parco ben curato, con molti fiori, tanti uccelli canori sugli alberi secolari.
Era un paradiso, ma io vi stavo male: era stretto per me.
Desideravo la mia libertà per annunciare al mondo intero la mia novella.
Non esisteva la morte: la vita era un sogno, un incubo molte volte, ma poi ci si svegliava nell'altra vita.
Era un'antica rivelazione, ma questa volta io avevo la certezza assoluta, le prove.
Sentivo la voce di un morto, che mi faceva sapere in anticipo ciò che doveva accadere: sciagure, incidenti potevano essere evitate grazie a me.
Io conoscevo e dicevo.
Purtroppo potevo solo svelare la verità alle infermiere, che non mi ascoltavano.
Finalmente dovettero costatare l'evidenza: io prevedevo sventure e morti con assoluta precisione.
Il direttore mi fece chiamare e anche a lui più volte gli comunicai ciò che sarebbe avvenuto di grave in quei giorni: terremoti, guerre, incidenti, ero preciso in ogni dettaglio.
Non ero più considerato un pazzo, ma un pericolo.
La spiegazione data fu quella che fossi io a provocare ciò che annunciavo: il direttore psichiatrico mi fece trasferire nelle cantine della clinica, in attesa di prendere provvedimenti nei miei confronti.
In realtà i motivi erano diversi: temevano la mia chiaroveggenza.
Giovanni mi comunicò che presto l'avrei raggiunto: infatti aggiunsero del veleno alla mia minestra.
Io mangiai senza protestare e caddi a terra rantolando.
I soccorsi giunsero deliberatamente tardi, quando ero già dal mio amico fantasma.
Il giorno del funerale scoprii che mia moglie si era già consolata: era con il suo amante, che da tempo frequentava.
La gente non la biasimò: -Poverina! Il marito era da tempo malato, rinchiuso in manicomio!-
Il mio ricordo rimase, per loro sfortuna.
Avevo scritto dei memoriali, con tutti i particolari specificati: i numeri di conto in banca, tutti i falsi, le corruzioni del direttore della clinica, di mia moglie, del suo amante.
Per ultimo avevo rivelato come ero stato assassinato.
Un'infermiera trovò i miei scritti e lì spedì al magistrato inquirente.
Ora sono io che vado a far visita a Elena, mia moglie, al suo amante, al simpatico direttore psichiatrico di Villa Gioiosa.
Non sono molto contenti della mia presenza, ma non la svelano a nessuno.
Non vogliono essere trasferiti dal carcere al manicomio criminale, dove finiscono i carcerati con turbe psichiche.